Controllo di qualità

Siccome anche le industrie farmaceutiche ticinesi incominciavano a porsi domande circa il controllo della qualità, il laboratorio Analisi Strumentali aperto l'estate 1970 nell'ambito delle ricerche ambientali per l'ATPA,  ebbe l’incarico da singole ditte di indagare sulla correttezza di quanto riportato e garantito sugli imballaggi. In quel momento mi interessai anche alle analisi biologiche (medicamenti nel sangue e indicatori chimico-clinici di effetti dannosi) in quanto ero stato sensibilizzato alla tossicologia dalle tragiche vicende  vissute alla fine dei miei studi.

In quegli anni, il controllo di qualità nell'ambito delle industrie farmaceutiche era percepito più che altro come un fardello imposto dalle autorità che come un mezzo per garantire o eventualmente migliorare la qualità delle loro produzioni.

C'era anche da dire che, nei paesi dove si esportavano i prodotti  farmaceutici ticinesi, la nomea del made in Switzerland era tale da presumere che tutto fosse sempre al meglio.  Alcune ditte usavano persino nella denominazione dei loro prodotti un "suisse" messo lì non a caso  (xxxx-Suisse). Se arrivavano delle contestazioni, le si affrontavano con certificati, apparentemente ufficiali, di perfetta conformità alle dichiarazioni, sminuendoli ad una questione puramente formale e burocratica...   Ma i tempi stavano cambiando. I paesi di destinazione delle esportazioni iniziarono, a loro volta, a controllare cosa veniva fornito. Ci si rese conto che le contestazioni potevano anche essere giustificate e che i certificati emessi, spesso una compiacente formalità sulla scorta di una tranquillizzante buona fede, nascondevano un qualche "problemino" che meritava di essere approfondito.

Un esempio: in uno sciroppo a base di calcio e vitamina B12 destinato a popolazioni malnutrite ci si rese conto che la vitamina B12, essenziale a combattere le anemie, era presente in concentrazioni di moltissimo inferiori a quanto veniva dichiarato e confermato dai certificati. A fronte di queste contestazioni si cercò dapprima di negare l'evidenza sulla scorta dei protocolli di fabbricazione: nelle formulazioni le quantità di vitamina B12 erano addirittura sovra dosate di almeno il 10% oltre il dichiarato ed le  analisi di controllo ufficiali sul prodotto confezionato escludevano, apparentemente, errori. Ma  il cliente insisteva nelle contestazioni. Tutti i coinvolti restavano sulle loro posizioni. A fronte della potenziali perdite di un lucroso mercato, la ditta coinvolta si decise di far approfondire la fattispecie... al nuovo venuto. Si scoprì che nelle confezioni, effettivamente, la vitamina B12 spariva. Dove andava a finire? Per farla breve, si scoprirono due cose: dopo alcuni giorni dalla preparazione, la miscela del prodotto si intorbidiva e veniva filtrata prima di essere confezionata asportando così la vitamina B12 che restava nel residuo filtrato ed eliminato. Ci si rese pertanto conto che le analisi di controllo erano perlomeno insufficienti, se non peggio, visto che erano state sostituite da certificati di comodo dal costo (una decina di franchi) decisamente non in grado di coprire gli accertamenti analitici connessi. La questione dei costi delle mie prestazioni analitiche troverà, più tardi, altri riscontri.  Non aggiungo altro sul caso... Non è nemmeno molto difficile intuire chi fosse il fornitore dei certificati citati. Una mia denuncia in piena regola per "concorrenza sleale" finirà con la constatazione che, effettivamente, i certificati portavano una dicitura fuorviante ma che comunque ciò era avvenuto "in buona fede"...

Un altro caso, a dimostrazione di come un nuovo venuto permetteva una visione fuori dagli schemi del "s'è fatto da sempre così": La Pharmaton di Bioggio mondialmente riconosciuta produttrice di un anestetico odontoiatrico pronto in fiale si trovò confrontata con le contestazioni delle autorità statunitensi che lamentavano l'estemporanea  presenza di saltuari controproducenti effetti del prodotto comunque riconducibile a precisi batch di fabbricazione. L'incarico di indagare non permise, in un primo momento, di riscontrare anomalie: nel prodotto, tutto rientrava nelle stringenti norme di fabbricazione. Si annaspava nel vuoto. Mi decisi di verificare  in situ tutto il processo di fabbricazione. Fui così, casualmente, in grado di scoprire l'inghippo sfuggito al solerte farmacista responsabile della produzione (il dottor Angelo Nesurini, giovane che portò aria nuova nelle opache prassi dell'industria farmaceutica ticinese allora abbastanza restia ad adeguarsi , anche grazie ad una legislazione carente in materia, ai tempi e criteri di qualità dei colleghi d'oltralpe). La gomma che veniva usata per creare il pistoncino a chiusura della confezione veniva inquinata dalla polvere (ossido di zinco) usata in gran segreto, all'insaputa di tutti, da un vecchio dipendente della ditta per facilitarne il rilascio dagli stampi. Le analisi furono allora in grado di cercare e di conseguenza anche trovare l'anomalia. Una spiegazione medico-farmacologica degli effetti nefasti riscontrati darà la conferma alle osservazioni statunitensi.

Ben presto venni  apprezzato anche dalla Arco, ditta farmaceutica di proprietà del presidente del FC Lugano (? Ferrari), che mi aprì una serie di connessioni che avranno non trascurabili conseguenze in futuro. Da un lato, il medico della squadra sportiva il dottor Viviani e dall'altro l'equipe del controllo di qualità della produzione farmaceutica dove vi lavorava Daniela Fornaciarini sotto la direzione del dottor Garbis. Ricordo gli incontri di Daniela nella casa dei suoi genitori a Melide con le sorelle Parola ed un loro amico, aitante ballerino  del Teatro alla Scala.