Precedente - Successivo

Il Decorso postoperatorio

Non ricordo esattamente come arrivai al reparto di chirurgia, nella camera comune del 6. piano.
Al risveglio, con la testa bella chiara, mi resi conto che la narcosi non aveva lasciato tracce; meglio: non mi resi conto se la narcosi avesse lasciato tracce, forse con vuoti di memoria o altro. Sicuramente, avevo l'impressione di ricordare a lungo termine, come sempre d'altronde. Sul corto termine...non saprei!... Comunque nessun dei famigerati effetti da 'dopo sbronza' (hangover) che fanno ancora parte dei luoghi comuni per le anestesie. 
I dolori erano completamente spariti: probabilmente continuava l'effetto dell'analgesico ricevuto durante l'intervento. 
Guardai in alto per vedere tubi o contenitori di eventuali infusioni.... poco dopo arrivò un' infermiera che mi chiese come stavo e mi disse che ricevevo antibiotici ogni 4 ore; se avessi avuto dolori, dovevo dirlo che avrebbero provveduto.
Controllo dei vari cateteri: urinario, colon... si doveva attendere la ripresa spontanea delle differenti funzioni.
 
La percezione del tempo era assolutamente neutralizzata dall'apparente monotonia di quanto avveniva attorno. Non è che, da pensionato, lo scandire delle ore (o dell'ora come nei monasteri) mi interessasse più di tanto: la giornata era sempre piena ed interessante... ma qui, affrontavo una nuova situazione alla quale non ero preparato. Mi meravigliai con me stesso alla inutile ricerca di un orologio sulle pareti della stanza. Mi sarei dovuto affidare alle effemeridi di inizio marzo, una ventina di giorni prima dell'equinozio di primavera; sapevo che il sole a Lugano vi tramontava verso le 18: 30 e pertanto oggi al tramonto saranno poco dopo le 18... Dall'orientamento delle finestre rivolte verso il Bré, potevo supporre che il primo sole del mattino avrebbe dovuto darmi un ulteriore punto di riferimento, sicuramente prima delle 7, semprecché sarei stato sveglio a quell'ora, assolutamente inusitata per le mie abitudini. Vedremo come il mio sistema circadiano affronterà la situazione, visto che l'età potrà farmi dei brutti scherzi... Non sono a casa mia ma in una struttura dalle proprie esigenze e dai propri ritmi che volente o nolente dovrò accettare di buon grado, con spirito positivo, a mio vantaggio.
Mitico cinquantesimo!    


L'aperitivo sulla terrazza del Roccolo, al tramonto.
La discesa dalla scale degli Angeli.
Lungo lago e imbarco -Serata.
Il giorno dopo.
Mi ero interessato ai movimenti celesti ed in particolare al fenomeno dei crepuscoli esattamente nel 1988 allorquando volli organizzare per il mio 50°compleanno (2x25) una festa per i miei amici cis- e transalpini  (una notte in costume con tema il Shakespeariano "Sogno Di Una Notte Di Mezza Estate")
Pensai di indicare gli orari in modo assolutamente sicuro, affidandomi a fenomeni celesti, garanzia della massima precisione, esenti da alcun possibile ritardo che, in barba allo stereotipo, in Ticino fosse inevitabile avere ritardi  .
Ho pertanto  fissato in modo flessibile l'appuntamento per l'aperitivo al Roccolo del parco Tassino accanto alla stazione FFS per le 18:30 ca.
Il programma successivo era invece  esatto al minuto (garantito da Locarno-Monti che mi aveva fornito i dati) a partire dal tramonto delle 19:47 in funzione dei differenti crepuscoli (civile alle 20:21, astronomico alle 21:52))    c'era veramente poco da sgarrare...
Le sorprese (Discesa felliniana dalla Scalinata degli Angeli, Lungolago, Traversata del golfo, Caccia alle farfalle,Cena, ecc.) erano garantite, per buona pace degli invitati d'Oltralpe, in perfetto orario ...!
Per l'occasione di queste cronache, tornato a casa,  ho rispolverato i miei archivi: dopo oltre 25 anni, c'è di che divertirsi! 
L'unica cosa che ricordo andò  storta fu il costume del festeggiato. Era stato previsto un pomposo costume del Teatro alla Scala dal Flauto magico, la regina della notte, con tanto di illuminazione lampeggiante incorporata, veramente il massimo. Quando andai per ritirarlo a Milano, dopo tante prove e adattamenti, i laboratori del teatro li ho trovati chiusi per vacanze (eravamo alla prima settimana di agosto...) Dovetti ripiegare all'ultimo momento su un costume  meno fantasioso di un noleggio locale...che aveva da offrire una miriade di costumi decisamente pacchiani e carnevaleschi, fantastici per una checca, ma poco adatti per lo stile che mi ero preposto. Volevo essere la vera regina della notte e non potevo dimenticare che molti degli ospiti erano grandi conoscitori melomani, seppur spesso affetti da forme quasi folli di ammirazione per le dive del belcanto (io preferivo decisamente golden boys del tipo di Thomas Hampton, zurighese d'adozione) Ma ero conosciuto per una  mitica interpretazio data nell'ambito  zuirghese di un altro compleanno importante,  occasione per interpretare  la bambola meccanica dai Racconti di Hoffmann  con un alcune gag supplementari ed un lollipop gigante da leccare, evidentemente fallico...L'entrata  in scena, il palcoscenico era in un albergo ***** sul Züriberg, fu realizzato da Gilda nel sacco... anche se non tutta la farina della performance era del mio sacco! Avevo il buon tempo: per prepararmi mi son preso financo un mese di lezioni di balletto "intensivo", un giorno sì ed uno no... L'arte dei travesti si differenzaia enormemente tra Bel Paese (i femminielli napoletani o forse i nostri vicini Legnanesi ) e Europa settentrionale (Berlino): A Sud , il maschile viene mascherato se non represso inel rappresentare al "meglio" la (iper)femmina, anche a costo del ridicolo e di venir tacciato per "checca"; al nord proprio completamente l'opposto, non c'è attimo in cui dubitare sul genere dell'artista, che, a fine spettacolo, tradizionalmente  mostra il suo maschile da "macho" levandosi la parrucca.   Raccolsi anche moltissimi suggerimenti tra gli esperti: la difficoltà consisteva nel tener nascosta la sorpresa al festeggiato! Per il costume luganese, testimoniato dalle foto, devo dire che Non tutte le ciambelle... Ero comunque in forma!
 Il luogo dell'aperitivo, la posizione panoramica, furono apprezzatissime dagli ospiti d'Oltralpe;  meno invece dai ticinesi che conoscevano quel luogo in altri frangenti... e lo ritennero una provocazione, quasi una prova di coraggio alla luce del sole (tramontante), anche se c'era la possibilità di mascherarsi. Non eravamo ai livelli di notorietà della  Desolazione di Vincenzo Vela  al  Parco Ciani, ma poco ci mancava... D'altronde, nessun problema da parte del Municipio di Lugano ad aprire il Roccolo a privati con tavoli e tutto quanto ci voleva per un aperitivo in piena regola.
Altra difficoltà dell'ultima ora fu la sistemazione degli ospiti che avevo previsto in un discreto alberghetto a fronte del tunnel della stazione, gestito da una coppia di amici (era citato, per Lugano,  nella Guida Spartacus 1988 accanto al Bar Serenella di Via Sorengo, -un'altra storia che vi risparmio!)  Proprio in quei giorni vennero sfrattati dai proprietari con la scusa in quanto in subappalto (volevano, da architetti, abbattere la vetusta villetta con giardinetto a fronte, sicuramente non conforme ai criteri speculativi in  auge)  e dovetti fare non poche acrobazie per trovare a brevissimo termine una soluzione che risultò  ottima alternativa, all'insegna del  "non tutti i mali vengonon per nuocere, con l'aiuto del figlio della proprietaria del Cenacolo fiorentino, uno dei primi trans notori della città che non ebbe vita facile, anche se non c'erano problemi di natura finanziaria. Fine della disgressione!

Riprendiamo il discorso ospedaliero, le prime impressioni...In alto, risalta dalla parete chiara, malgrado sia stato piazzato strategicamente in modo da non saltare subito all'occhio dei visitatori, uno strano crocifisso in legno scuro, senza il pallido color avorio  e sofferente personaggio in croce (tolto per rispetto all'iconoclastia dei riformati cattolici o di altri? Ne dubito!). Nessuno, comunque, mi ha per il momento interpellato sul mio Credo... salvo che se ne assumi uno per default...  Avevo sentito che in passato, in ospedale,  erano successe cose inenarrabili in fatto di 'cura delle anime'... speriamo che appartengano al passato da dimenticare!

Ogni tanto, un accertamento della pressione, frequenza cardiaca, temperatura; sostituzione delle sacche vuote di antibiotico che stentavano a riavviarsi nel flusso e pertanto richiedevano dei particolari stropiccii del tubo che ogni infermiera eseguiva con modalità proprie. Nel dormiveglia della prima lunga  notte ho captato la ripetizione ciclica degli interventi delle infermiere e ne ho fatto progressivamente l'unità di percezione temporale.

Bere il più possibile!

All'inizio, il ricupero della bottiglia di acqua minerale della Valle Vigezzo dal comodino contrassegnato dal bollino verde e riempirne il bicchiere furono operazioni abbastanza impegnative, anche con l'ausilio dei marchingegni elettrici presenti nel letto che ne permettevano un adattamento della posizione della schiena, delle gambe, e dell'altezza complessiva. Vi era inoltre un sostegno cui aggrapparsi e sollevarsi a forza di braccia, senza impegnare i muscoli dell'addome. Al momento dei controlli, mi rendevo conto che venivano monitorati un discreto numero di cateteri ma non sapevo ancora nulla della stomia e del sacchetto.

E gli infermieri?

Improvvisamente, mi accorgo di capire cos'è che m'inquieta: ma dove sono gli infermieri? Non sapevo ci fosse una tal preponderanza di personale femminile... Finalmente eccone uno: e per di più con la bandierina svizzera appuntata al bavero, accanto al badge. Un  cognome tipicamente luganese che mi ¨ricordava una famiglia nota per aver adottato molti bambini e cresciuti in città. Personaggio allegro ed interessante, positivo. Mi venne da pensare, se corrispondesse allo stereotipo dell'infermiere, e  mi dissi, ma questo è l'eccezione: non sembra proprio gay... Sapevo benissimo che non ce l'hanno scritta in fronte, la preferenza sessuale, né tanto meno è statisticamente dimostrata qualsiasi correlazione tra mestieri quali l'assistente sociale, il cuoco, il parrucchiere, il sacerdote, professioni tipicamente femminili quali il maestro d'asilo e quant'altro nel campo delle arti (musica, balletto, sartoria ...) e l'appartenenza alla categoria degli homo. Si vede che la narcosi stà ancora influenzando il mio modo di pensare. Pur senza colpa, me ne vergogno e cerco di capire. Una rondine non fa primavera... aspettiamo di aumentare la casistica prima di esprimere un giudizio basata su numeri più consistenti. Che la particolare sensibilità che un gay sviluppa quale conseguenza di un percorso specifico di autoaccettazione, al quale gli 'altri' non vengono sottoposti, possa essere un fattore positivo nell'esercitare mestieri che richiedano 'sensibilità' ed empatia è d'altronde un fatto innegabile. Anche l'accettazione del lato femminile presente in modo più o meno latente in ogni maschio (cromosomi XY!) può fare la differenza. Personalmente non penso di averne sofferto molto grazie anche alla fortuna di essere stato cresciuto in una famiglia estremamente tollerante. Ne ho parlato con tanti altri gay felici (notissimi compositori, artisti e scrittori e filosofi) e tutti mi hanno negato di esserci arrivati grazie ad un loro particolare percorso di sofferenze, tutt'altro. Credo che un'infanzia felice faccia d'altronde bene a tutti.  E' ovvio, direi!

Seduto sul bordo del letto, guardando il passare delle persone nel corridoio mi è parso di intravvedere di sfuggita un altro personaggio che, a prima vista, poteva corrispondere agli stereotipi classici: un tipo incovenzionale che saltava all'occhio... E poi si dice  che i gay si riconoscono vicendevolmente al volo....  Altra buona ragione per potermi muovere presto ed andare in esplorazione!

 

Attorno a me, i due vicini compagni di camera.

Accanto, un vero e proprio armadio pesante con evidenti difficoltà nella mobilità ed una  confidenza con il personale denotava che il soggetto era lì da parecchio tempo. Sul tavolo alla finestra, una bottiglia di vino rosso è in bella mostra ed accompagnerà la cena del nostro che consumerà comunque a letto. Poi un gran trambusto, con il tentativo reiterato dal nostro di mettersi sulla sponda del letto, affrontando maldestramente il tubo della flebo e quello del catetere collegato ad un sacchetto. Poi, senza profferir parola, si decide a chiamare il personale con il bottone rosso che penzola a portata di braccio. Arrivo delle infermiere che hanno difficoltà a rabbonire il gigante che si esprime con una parlata da "sottodiga", ovvero da basso Ceresio o Mendrisiotto, da Momò. Lui insiste di voler essere messo in sedia a rotelle, le infermiere temporeggiano, ma inutilmente. L'avrà vinta: trionfante, lo portano via. Saprò che era per andare a fumarsi la sacrosanta  sigaretta dopo i pasti cha è parte delle libertà e dei diritti di ogni paziente... Rientrerà  tutto soddisfatto. Trasbordo dalla sedia nel letto, se non meno difficoltoso, almeno più tranquillo. Vengono anche alzate le sponde laterali... Le luci, spente. Capisco che dev'essere ancora relativamente presto: dalla finestra si intravvede un cielo ancora chiaro,  le luci del Monte Bré sono ancora estremamente pallide, alcuni vetri di finestre di case sulle pendici riflettono per pochi istanti gli ultimi raggi di un tramonto (effetto 'speciale' Tyndall).  

Di fronte, verso la finestra, un personaggio risponde ogni tanto a laconiche chiamate sul telefonino, sia in italiano, dialetto ticinese o svizzero-tedesco con marcato accento grigionese. E' visibilmente ferito alla testa, che le infermiere osservano dopo essersi occupati di me. Mi pare di capire che abbia a che fare con legname, falegnameria o carpenteria... Poi, anche lui sparirà dal mio mondo circostante. Mi addormento spossato dalla giornata, non è stato uno scherzo.

Il mattino si preannuncia presto: all'alba, una nuova serie di accertamenti dal personale già percepito durante la notte,  cui seguirà l'arrivo trionfante della prima colazione per i miei compagni, agli ordini di un personaggio (aiuto infermiere?) dalle sembianze coreane che devo già aver visto da una qualche parte... Poi nuovi accertamenti preceduti dallo scorrere veloce di tende attorno ai nostri letti, guidate dall'alto con un ingegnoso sistema di binari sospesi. Al mio vicino 'Momò' dedicano parecchio tempo con un gran andirivieni che mi è incomprensibile. Non mi interessa più di tanto: incomincio a nuovamente percepire il bacino ma con una serie di segnali che mi sono assolutamente sconosciuti. Se di dolore si tratta, diverso da quanto percepito nei giorni prima dell'intervento. Annuncio all'infermiera le novità dall'addome e prontamente viene installata un'infusione di paracetamolo che in pochissimo tempo neutralizza i segnali da quella parte del corpo. Questo mi aiuta ad ancor meglio osservare  quanto stia capitando in questo ambiente mai frequentato prima (almeno da paziente).

Continuano i pressanti inviti a consumare acqua il più possibile. Io mi impongo di bere oltre la mia sete, anche se non ho la minima idea di quanto abbia potuto aver bevuto. Bottiglie quasi vuote vengono immediatamente sostituite con altre piene: un cerotto con data e ora segnano la sostituzione. Comunque, nei drenaggi si accumulano liquidi scuri che mi ricordano i giorni poco simpatici scorsi a casa. L'operazione del riempire il bicchiere, dapprima più difficoltosa, mi permette di rendermi conto che stò migliorando. Riesco persino a sedermi per un attimo sul bordo del letto, dapprima aiutato, poi seppur a fatica anche da solo seguendo scrupolosamente i consigli sui trucchi da mettere in atto... Mi meraviglio di dare così tanta importanza a cose così banali...

Improvvisamente, un nuovo compagno appare sul letto di fronte: un anziano signore, piccolotto dai tratti un pochino slavi, accompagnato da una donna quasi coetanea (moglie o compagna, ma senza dubbio di grande inpatto, carica di ori e ricoperta da un grande scialle). Rigetto dalla mia mente il richiamo musicale di un mondo tzigano, quasi fosse un'indecenza. Me ne rammarico ed immagino (audio compreso) il piccolotto alle prese con una cetra, abilmente percossa dalle sue mani inanellate a dismisura. Un'infermiera dotata di portatile tenta inutilmente di conversare, per chiarirne i dati anagrafici, con il nuovo venuto con il quale non c'è proprio modo di intendersi in italiano. Tentativi in altre lingue non sembrano comunque possibili, viste le scarse conoscenze linguistiche dell'infermiera di origini chiaramente d'oltrefrontiera (come la stragrande maggioranza del personale).

Nel primo pomeriggio, arrivo delle visite che permetteranno di capire gli ambiti familiari dei mie compagni. L'elicottero rosso della Rega, lo si sente fragorosamente arrivare e ripartire rendendo difficoltoso un qualsiasi discorso a finestre aperte. Ma per i visitatori, questi arrivi e partenze accompagnati da fior di dB sono l'occasione per distrarsi un attimo e ravvivare la conversazione    C'è inoltre un inconfondibile e poco simpatico odore di gasolio percebibile alla partenza dei mezzi che ci imporrà la chiusura delle finestre al primo accenno di avvio dei motori

Il Momò verrà circondato da un gineceo di donne abbastanza somiglianti tra di loro (4 figlie che lo chiamano tutte con un mieloso 'papi' ed un numero inprecisato di nipotine), molto preoccupate per il prossimo ritorno a casa del loro caro. Si capisce che il loro uomo era stato prima ricoverato all'OBV a Mendrisio e trasferito poi da alcune settimane a Lugano. Il nostro si trova decisamente molto bene in compagnia delle sue donne che fanno di tutto per andare  incontro in ogni modo al loro 'papi' che sa quello che vuole, sigaretta all'aria aperta (previo complicato trasferimento su sedia a rotelle) compresa... C'è inoltre un gran uso di smartphone e un andirivieni di messaggini dal parentado poi riferiti a viva voce a 'papi'. Da parte mia, non nego di esser contento, quando i Momò abbandonano finalmente  il campo. Anche 'papi' si addormenta, spossato da cotanto impeto. Chissà perché, mi vien in mente il coro del Centro...

La tranquillità verrà presto interrotta dall'arrivo di almeno tre generazioni di una famiglia che faceva evidentemente capo  al paziente slavo ricoverato (lo si capiva dagli ossequiosi saluti e dal riguardoso ascolto alle a me incomprensibili esternazioni  del piccolo grande vecchio). I più giovani, vestiti e capigliature  alla moda e tutti con in mano lo smartphone, parlavano tra di loro italiano (faranno da ponte di comunicazione con l' EOC)  ma con il (bis)nonno scambiarono alcune parole nel loro idioma, la cui musicalità mi ricordava l'Ungheria di Béla Bartók. Avevano l'aria di essere molto uniti, quasi fossero un gruppo di artisti da circo, dei saltimbanchi i cui giochi erano per niente casuali e perfettamente coordinati. Ma probabilmente sono stato anch'io vittima degli stereotipi che infieriscono su queste persone.

Ammetto che le mie conoscenze geografiche dei balcani non sono molto diverse da  coloro che per l'Europa non differenziano troppo tra Svezia e Svizzera. D'altronde, e non è una scusa, la loro storia anche recente ha creato  tali sovvertimenti  ai nostri 'vicini' che è stato difficile seguirli. Io ricordo solamente le belle e ripetute vacanze all'isola di Hvar nella Jugoslavia di Tito degli anni settanta. Un mare splendido e un paio di episodi indimenticabili... Una prima volta, partiti da Zurigo al mattino, eravamo a fare i "balabiott"sulla spiaggia dell'isoletta di fronte a Hvar  già nel primo pomeriggio. Non un minuto da perdere...
Il viaggio da Linate venne deviato senza spiegazioni su Ljubjana, un aeroporto  da incubo (da terzo mondo di allora, senza infrastrutture decenti per i passeggeri), dove fummo informati che il proseguo verso Split avrebbe avuto luogo in serata, dopo oltre 12 ore di attesa. Il nostro gruppo, composto essenzialmente da signore milanesi con i loro bambini difficili da gestire già in situazioni normali, andò letteralmente in tilt. Io ed il mio amico eravamo gli unici (e maschi) che capivano l'inglese rudimentale degli jugoslavi. Abbiamo poi appreso che il volo venne interrotto per motivi di sicurezza aerea in quanto il presidente Tito era in trasferta. Nessuna buvette, non parliamo di ristorante o servizi igienici. Nessun telefono pubblico per cercare aiuto presso la nostra agenzia di viaggio di riferimento... Dopo un'ora di trattative con un agente di polizia che ci aveva controllato i passaporti, riusciamo a contattare l'agenzia di viaggio locale che ci promette una soluzione. Dopo un'altra ora di  attesa arriva un bus che ci carica, bagagli compresi, destinazione verso nord, la frontiera austriaca: non ci avrebbero dunque scarrozzato per quasi 500 hilometri fino a Split!  Arriveremo, dopo tre ore di incertezze,,  in una località di montagna con un bellissimo lago dove ci attendono delle barche a remi per raggiungere la riva opposta, con  organizzata una sorprendente grande grigliata, grappa aromatizzata con le erbe, la sljivovica, il brandy di prugne, e il maraschino,a volontà, quasi a consolazione di quanto subito... Il ritorno all'aeroporto  sarà più allegro....  Finalmente arrivo a Split in tarda serata. 
Il traghetto diretto con l'aliscafo da Split a Hvar aveva subito una panne  e abbiamo dovuto raggiungere l'isola sununa vecchi acarretta, poi la nostra destinazione attraversandola in piena notte con un autobus dai sedili  sbocconcellati, i bagagli ammucchiati in un rimorchio. Un altro  centinaio di chilometri abbastanza disagiati.  A metà percorso, pausa di 30 minuti in piena campagna con la luna piena ed un immenso campo di iperodorante lavanda (da venirne ubriacati), al suono insistente delle cicale. Ogni volta che "sento" quell'odore (abbastanza banale, da armadio buon mercato, direi, ma presente in molti giardini e bordi di strade anche dalle nostre parti), mi tornano in mente quei momenti quando ne approfittammo per... (l'avete indovinato! Il lampeggio dei fari del bus che annunciava il proseguo del viaggio ci ha richiamato all'ordine!). Arrivo a destinazione con cena fredda a base di Wienerli ed insalate in tavola dall'orario previsto dal programma originale...Ma eravano oltre la cortina: da capitalisti cosa volevamo pretendere?  Sapevamo, dall'anno precedente, di un ristorantino che preparava un ottimo pesce alla griglia fino a tarda notte... Chi ci troviamo? Mio fratello con famiglia, arrivato una settimana prima,sorpresa reciproca, lui  ignaro della mia vacanza luna di miele... L'isoletta Jerulim non è per gente come lui!"

Interessante il confronto delle percezioni musicali delle parlate dei tre compagni di stanza. Chi l'avrebbe mai detto che mi sarei trovato ad avere il tempo  per questo genere di considerazioni? Avrei dovuto rinfrescare le mie conoscenze di etnografia musicale oramai datate agli anni del conservatorio a Zurigo, ma Internet dal mio letto,  non l'avevo ancora a disposizione. Per attivare la connessione al tablet avrei voluto passare di persona alla ricezione dell'ospedale per la password... Ottima motivazione per muovermi! Per ogni cosa, ci sarà il momento opportuno.